La tragica ironia dell’apprendere.
Più si conosce, più si è coscienti di quanto non si conosce.
Sentimento che mi prende spesso, ultimamente, dato il ritmo forsennato con cui leggo, studio, immagazzino, apprendo. E più apprendo, più scopro nuove strade non ancora battute, nuove possibilità e nuove ramificazioni. E inevitabilmente il tutto si conclude in un gran mal di testa e l’acuta realizzazione che non dormo abbastanza.
Ho creato varie occasioni, durante la settimana, per ’staccare la spina’ e riposare la mente. Pilates, per esempio; ballare salsa; uscire con alcuni amici o amiche; tenere un blog, controllare emails e Facebook. Pensavo che guardare film e leggere libri rientrassero nelle attività rilassanti, ma la mia insana ossessione per il cinema e tutto ciò che su di esso è stato scritto hanno distrutto la funzione calmante delle suddette.
Ne ho avuto riprova stasera: ho tentato, con le migliori intenzioni, di fare una serata film rilassante, tra me e me. Sul divano, con i popcorn e una bottiglia di Diet Coke, ho iniziato a guardare The Aviator, blockbuster con DiCaprio, regia di Scorses. Secondo le mie previsioni, non avrei dovuto aver nulla da dire su un tale film; non avevo però fatto i conti con la valida interpretazione di Cate Blanchett come Katharine Hepburn, le interessanti angolazioni estreme imposte alla telecamera, il ritmo coinvolgente e veloce, l’attenzione maniacale per il dettaglio, il superbo uso del “racking focus”. Ho apprezzato Howard Hughes sino alla fine, e le parole di Katharine: “Howard, we are not like everyone else. Too many acute angles, too many eccentricities.” Oh, com’è vero – e le rassomiglianze che sento. Penso che acute angles descriva bene la mia personalità multisfaccettata e generalmente irta e tagliente. Ad ogni modo, dopo 10 minuti avevo il portatile aperto, un nuovo Word file iniziato; di tanto in tanto interrompevo il film per prendere appunti e annotare le scene più interessanti, come quella dell’audizione di Faith Domergue, davvero girata bene. O i dettagli: le pareti verdi del bagno del ristorante dove Hughes ha un attacco di panico mi hanno ricordato molto le pareti verde bottiglia di 2046.
Finito The Aviator, ho iniziato a ri-guardare Hiroshima Mon Amour di Alain Resnais, forse uno dei migliori film di sempre e certamente uno dei miei preferiti. Durante i primi minuti di film, il dialogo tra Elle e Lui (adoro la voluta indeterminatezza nei nomi) mi ha colpito come un pugno allo stomaco. Ispirata, ho iniziato a buttare giù pensieri e annotare parti dello script di Marguerite Duras, piccoli pezzi che integreranno il mio paper di 2 pagine (500 parole) di analisi su Night and Fog (il documentario sull’Olocausto e i campi di concentramento fatto da Resnais nel 1955) da scriversi per martedì. Unico problema, non riuscirò mai a comprimere le mie idee in 500 parole; perció ho scritto a Dana chiedendo se posso andare un po’ oltre.
Hiroshima Mon Amour è un capolavoro. È talmente denso che ho dovuto fermare ogni pochi fotogrammi per scrivere – e la mia serata film si è mutata in lavoro. Dopo aver sistemato il paper per la conferenza di New York, avevo deciso di rilassarmi – ma sono le 3 del mattino e ho mal di testa, quindi siamo alle solite.
Domani, da finire appunti su D’Annunzio/Svevo/Tozzi per l’esame, da leggere un paio di articoli di LaCapra e informarsi un po’ su Shoah, il monumentale documentario di Claude Lanzmann (9 ore e mezzo) di cui vedremo 4 ore in classe martedì – e su cui dovrò scrivere un altro breve commentario di 2 pagine per giovedì. Inoltre, nei ritagli di tempo dovrei iniziare a leggere Van Gennep e la sua analisi del rituale e delle figure sospese tra due stati dell’essere.
Domenica leggera insomma.
Prima di (cercare di) dormire, riporto in parte il meraviglioso testo che fa da base a Hiroshima Mon Amour, scritto da Marguerite Duras.
Per chi non parla francese, mi spiace.

Je te rencontre.
Je me souviens de toi.
Qui est tu ?
Tu me tues.
Tu me fais du bien.
Comment me serais je doutée que cette ville était faite à la taille de l´amour ?
Comment me serais je doutée que tu étais fait à la taille de mon corps même ?
Tu me plais. Quel événement. Tu me plais.
Quelle lenteur tout à coup.
Quelle douceur.
Tu ne peux pas savoir.
Tu me tues.
Tu me fais du bien.
Tu me tues.
Tu me fais du bien.
J´ai le temps.
Je t´en prie.
Dévore-moi.
Déforme-moi jusqu´a la laideur.
Pourquoi pas toi ?
Pourquoi pas toi dans cette ville et dans cette nuit pareille aux autres au point de s´y méprendre ?
Je t´en prie…
(…)
Je te rencontre.
Je me souviens de toi.
Cette ville était faite à la taille de l´amour.
Tu étais fait à la taille de mon corps même.
Qui est tu ?
Tu me tues.
J´avais faim. Faim d´infidélités, d´adultères, de mensonges et de mourir.
Depuis toujours.
Je me doutais bien qu´un jour tu me tomberais dessus.
Je t´attendais dans une impatience sans borne, calme.
Dévore-moi. Déforme-moi à ton image afinqu´aucun autre, après toi, ne comprenne plus du tout le pourquoi de tant de désir.
Nous allons rester seuls, mon amour.
La nuit ne va pas finir.
Le jour ne se levera plus sur personne.
Jamais. Jamais plus. Enfin
Tu me tues.
Tu me fais du bien.
Nous pleurerons le jour défunt avec conscience et bonne volonté.
Nous aurons plus rien d´autre à faire que, plus rien que pleurer le jour défunt.
Du temps passera. Du temps seulement.
Et du temps va venir.
Du temps viendra. Où nous ne saurons plus nommer ce qui nous unira. Le nom ne s´en effacera peu à peu de notre mémoire.
Puis, il disparaîtra tout à fait.
E se invece parlate inglese, controllate qui per una recensione del film davvero profonda e ben scritta.
E guardate Hiroshima Mon Amour – non doppiato, perché la voce di Emmanuelle Riva da sola vale il fastidio dei sottotitoli.
A presto.