Scrivo il 15 di Settembre, sera.
In Italia è già il 16 da un pezzo, e quando avrò finito di scrivere sarà il 16 anche qui. Molti amici sono già svegli, alcuni al lavoro, altri a casa, ognuno immerso nelle proprie occupazioni mattutine. Mi soffermo su questo fenomeno curioso, interagire con persone che si muovono 9 ore nel futuro rispetto a me – che sono nel mio domani e fanno ciò che farò io tra 9 ore, dopo essermi alzata da un letto che devo ancora toccare.
Fenomeno curioso, appunto, che mi comunica la sensazione netta di essere lontanissima da casa, e di avere tempo. So di avere torto a logica, ma condividere pensieri ed esperienze con amici che vivono in Italia mi dà sempre l’impressione che le mie giornate si allunghino e siano infinite.
Sarà anche merito del clima della SoCal, ovvero Southern California. Sole, sole, sole e… sole. Raramente coperto, il tempo è costantemente bello, non troppo caldo (sui 25-30 gradi) e ventilato: un paradiso terrestre, insomma. Eppure un tempo univoco, che non cambia mai, crea una effetto di stasi temporale, in cui il succedersi delle ore rallenta, si espande, tanto da non avere più senso. Mi alzo, c’è sempre il sole, si sta bene, viene voglia di uscire; la sera, freschetto, brezza leggera, serve la giacca primaverile/autunnale per uscire. Il giorno dopo, stessa routine. E ancora, e ancora. Sono a Los Angeles da due settimane scarse e mi pare di essere qui da anni – non capisco come si calcoli il passare del tempo, dato che non esistono le stagioni.
Ad ogni modo, sono seduta al tavolo nuovo, comprato all’Ikea di Los Angeles (quella ‘cool’ di Carson, non quella ‘ghetto’ di Burbank dove avevano finito le scorte!) per la modica cifra di 129 dollari (+ tasse, siamo in America qui, le tasse non sono incluse). Quattro sedie in legno chiaro con cuscini beige completano il quadretto della sala da pranzo. Sul tavolo, una tazza di tè fumante, “Il codice di Perelà” di Aldo Palazzeschi finito e gettato in un angolo, il segnalibro trasportato in “Mafarka il futurista” di Marinetti (primo capitolo, “Lo stupro delle negre”, letto e mal digerito…) e alcuni opuscoli informativi dell’Hammer museum/Billy Wilder Theater di Westwood.
Il resto dell’appartamento losangelino (o westwoodiano che dir si voglia) consta di una cucina connessa alla sala da pranzo, un bel salotto in cui ora fanno bella mostra di sè una libreria nuova (che ho montato da sola con chiodi e martello), un divano-letto e una TV nuova fiammante con relativo mobiletto, due camere e due bagni. E una coinquilina che dorme.
La mia nuova coinquilina, Linzi, è stata una piacevole sorpresa; tranquilla, posata ma vulcanica nelle idee. Studia Performing Arts, e si è laureata con tesi sulla politica reale riflessa nell’ MMORPG World of Warcraft prodotto da Blizzard, ed è una fonte inesauribile di informazioni utili su eventi interessanti e particolari. Lesbica (al 99% ritengo), vegana ma con un debole per patatine fritte e pizza, ha il potere di farmi sentire una pattumiera quando mi guarda mangiare latte, uova, pane… per non parlare della carne.
Altri contatti umani notevoli, in questi primi giorni in città, sono alcune colleghe conosciute ieri; persone motivate, serie, molto appassionate dell’area di studi di competenza e determinate a lasciare un segno nell’ambiente accademico contemporaneo. Penso di essere nel posto giusto – le ragazze sono toste ma affettuose, e mi hanno fatto sentire “a casa” in poco tempo.
E poi c’è Mike, con cui tutto va più che bene al momento; talmente bene che mi inquieta un po’, a dire il vero. Mike che mi ha accompagnata a Los Angeles ed è rimasto una settimana intera ad aiutarmi nel trasloco. Mike che è talmente sdolcinato da farmi venire il vomito, a volte, ma che per lo stesso motivo riesce a calmarmi e darmi sicurezza. Mike di cui temo di essere abbastanza presa. Ma questa è un’altra storia, e va raccontata un’altra volta.
Tornando al mobilio, le varie missioni all’Ikea, Home Depot, Target per trovare le migliori offerte, sono state massacranti. Ore a girovagare per magazzini immensi (soprattutto la dannata Ikea), cercando un prezzo adatto alle mie povere tasche, abusate e violentate dalle spese pazze di questo settembre di fuoco. Il letto, un dramma: centinaia di siti con prezzi assurdi, poi la luce all’improvviso, quando su Craigslist ho visto un annuncio “letto in vendita a 60 dollari, rete e tutto”. Comprato, e trasportato a casa sul tetto della macchina (con le braccia fuori dal finestrino a tenerlo fermo, in pieno stile yanke – anche se qui si direbbe “hillbilly”).
Alla fine, dopo aver montato i mobili da sola (Mike era già ripartito) con viti, cacciaviti, martello e chiodi, mi sento soddisfatta: spese limitate a 6-700 dollari più o meno, e l’inaspettata scoperta di avere doti da carpentiere.
L’appartamento, oltre ad essere più grande di ciò che mi aspettassi, è nel centro del mondo, e non sto cercando l’effetto e l’esagerazione. Westwood è davvero uno dei centri culturali più attivi e brulicanti di vita di Los Angeles, e quindi di tutto il mondo; tutto accade a Westwood, in cui si concentrano due cinema famosissimi (in cui si tengono premiere ogni settimana o quasi), vari musei, molti locali trendy e, ovviamente, il campus di UCLA, vero catalizzatore di persone ed eventi.
Da quando sono arrivata, ho assistito a due film première (con tappeto rosso e celebrità annesse), vari eventi culturali relativi ad arte e cinema, concerti, party e un sacco di ‘gatherings’ studenteschi. Abituata a Columbus dove la vita attorno al campus si spegne dopo le 10/11, vedere luci e folla dopo mezzanotte risulta molto strano – e mi piace.
Eventi particolari questa settimana sono stati diversi: domenica una commedia (con attori professionisti,che definire bravissimi risulta eufemistico) al Theaterwest, piccolo teatro con una tradizione impressionante come ‘trampolino di lancio’ per attori teatrali, vicino agli Universal Studios. Commedia nera, di epoca vittoriana, il titolo è “Gaslight”; incredibile come un teatro tanto conosciuto possa comunicare un senso di piccola comunità, di intimità e semplicità. Soprattutto di fianco ai giganteschi Universal Studios. Oltre alla commedia, lunedì sera all’Istituto Italiano di Cultura (anch’esso in Westwood) si è tenuto un evento-riconoscimento in onore di Dino e Giada De Laurentiis, con party esclusivo annesso; in quanto membro, sono andata a dare un’occhiata, e per quanto non ami la spocchiosità di tali eventi mondani, ho avuto la fortuna di conoscere una coppia molto piacevole, Luca (cuoco) e la fidanzata Julia, che lavora al consolato tedesco a Los Angeles. Infine stasera, all’Hammer Museum/Billy Wilder Theater, un evento organizzato da Flux, organizzazione che ha presentato vari corti musicali e non: star della serata un corto realizzato da H5, Logorama. Ecco anche l’articolo che ne parla; il film è un piccolo capolavoro, geniale nell’idea di base e nella realizzazione. Una specie di poliziesco, un inseguimento che finisce in apocalisse; la cosa splendida è che tutti i personaggi sono letteralmente formati da loghi di marche. Il cattivone di turno è Ronald McDonald, i poliziotti gli omini Michelin, il bambino dispettoso è quello di Haribo, il leone allo zoo quello della Metro-Goldwyn Meyer, e via dicendo: la marca diventa l’oggetto stesso, una sorta di metonimia cartoonistica realizzata in modo superlativo.
E non finisce qui… concerti ogni settimana (i miei gruppi preferiti, vengono TUTTI a Los Angeles…incredibile), una natura splendida attorno alla città, l’oceano e il deserto e le montagne, il tutto nello stesso stato. Non ci vuole molto a capire perché vivere in California rappresenta un sogno per molte persone.
Ad ogni modo, sono qui per un dottorato, non (solo) per turismo. Ho speso alcuni pomeriggi a girare nell’immenso campus di UCLA, trovandolo magnifico; più piccolo di Ohio State, ma più ricco di attività culturali e decisamente più bello. Edifici splendidi, giardini di sculture, colline e scalinate infinite, il tutto immerso nel verde e sempre esposto ad un clima a dir poco perfetto, anche se talvolta la brezza si fa particolarmente insistente.
Ma ciò che mi fa amare UCLA sono le possibilità; dopo un meeting con il mio advisor, Professor Thomas Harrison, ho occhi e orecchie traboccanti di informazioni, e la mente aperta su nuovi progetti che non credevo possibili. Posso costruire il mio percorso di studi, espandere gli orizzonti della mia ricerca, con al sicurezza che qui sono (ben)voluta fortemente e che i professori mi supportano. Non penso esista una situazione migliore, per un Graduate Student come me. Mi sono attivata nella preparazione delle classi e degli abstract (presentazioni da 300 parole di un paper da presentare ad una conferenza, che si invia alla conferenza in questione per spiegare la propria ricerca e sperare di essere ammessi); quest’autunno seguirò un corso sul Futurismo, un corso di “Film and Society” sulla ricezione e l’etica del cinema, e un altro da definire. In questi giorni, ho letto “Il Codice di Perelà” di Palazzeschi – e l’ho trovato superlativo -, ora “Mafarka il futurista” di Marinetti, poi “Zig Zag” con vari autori futuristi; inoltre, ho mandato un abstract ad una conferenza sul cinema italiano a Warwick (Regno Unito), e sto preparando altri abstract per conferenze a Montreal, in Michigan e in Massachussetts – vedremo a quali sarò accettata. Infine, il progetto di studio per la dissertazione è in fase di trasformazione; sto considerando la possibilità di occuparmi di registe italiane (tema poco studiato), un monografico su Lina Wertmüller, o un’espansione sul tema Olocausto in luce di problematiche di sesso, ricezione dei film, etica, etc.
Insomma, un calderone di impegni che devo far cuocere a fuoco lento, pena il rischio di esplosione.
Soprattutto se si considera il fatto che ho deciso di impegnarmi nel Dipartimento anche sul fronte organizzativo: farò parte degli editori del giornale elettronico del Dipartimento (Carte Italiane), pubblicato dalla prestigiosa UC Press (contatti! contatti!), aiuterò ad organizzare la Conferenza sul Futurismo di ottobre, etc…
Ecco. È tutto, dopo un mese e mezzo di assenza dal blog, mese in cui la mia vita è cambiata in modo totale ancora una volta, e sempre per il meglio 
Ora è il 16 settembre anche qui in SoCal – e da Los Angeles è tutto, vado a nanna.
Ma prima un ultimo appunto, più un consiglio che altro: prima di morire, si DEVE vedere il tramonto sulla spiaggia di Santa Monica, con il sole che sparisce dietro la linea della costa e le onde dell’Oceano Pacifico che accarezzano ritmicamente la spiaggia, e la brezza insistente, e la vista sul pontile illuminato… momenti come questi valgono qualsiasi sacrificio.
A presto.
Cam