Archivio per la categoria 'Cinema Express'

19
Feb
09

Cinema Express: Cortometraggi.

Grazie al mio studente Ben per questi link davvero belli.

Enjoy.

25
Gen
09

Bustina Quotidiana: 24 gennaio 2009

La tragica ironia dell’apprendere.
Più si conosce, più si è coscienti di quanto non si conosce.

Sentimento che mi prende spesso, ultimamente, dato il ritmo forsennato con cui leggo, studio, immagazzino, apprendo. E più apprendo, più scopro nuove strade non ancora battute, nuove possibilità e nuove ramificazioni. E inevitabilmente il tutto si conclude in un gran mal di testa e l’acuta realizzazione che non dormo abbastanza.

Ho creato varie occasioni, durante la settimana, per ’staccare la spina’ e riposare la mente. Pilates, per esempio; ballare salsa; uscire con alcuni amici o amiche; tenere un blog, controllare emails e Facebook. Pensavo che guardare film e leggere libri rientrassero nelle attività rilassanti, ma la mia insana ossessione per il cinema e tutto ciò che su di esso è stato scritto hanno distrutto la funzione calmante delle suddette.

Ne ho avuto riprova stasera: ho tentato, con le migliori intenzioni, di fare una serata film rilassante, tra me e me. Sul divano, con i popcorn e una bottiglia di Diet Coke, ho iniziato a guardare The Aviator, blockbuster con DiCaprio, regia di Scorses. Secondo le mie previsioni, non avrei dovuto aver nulla da dire su un tale film; non avevo però fatto i conti con la valida interpretazione di Cate Blanchett come Katharine Hepburn, le interessanti angolazioni estreme imposte alla telecamera, il ritmo coinvolgente e veloce, l’attenzione maniacale per il dettaglio, il superbo uso del “racking focus”. Ho apprezzato Howard Hughes sino alla fine, e le parole di Katharine: “Howard, we are not like everyone else. Too many acute angles, too many eccentricities.” Oh, com’è vero – e le rassomiglianze che sento. Penso che acute angles descriva bene la mia personalità multisfaccettata e generalmente irta e tagliente. Ad ogni modo, dopo 10 minuti avevo il portatile aperto, un nuovo Word file iniziato; di tanto in tanto interrompevo il film per prendere appunti e annotare le scene più interessanti, come quella dell’audizione di Faith Domergue, davvero girata bene. O i dettagli: le pareti verdi del bagno del ristorante dove Hughes ha un attacco di panico mi hanno ricordato molto le pareti verde bottiglia di 2046.

Finito The Aviator, ho iniziato a ri-guardare Hiroshima Mon Amour di Alain Resnais, forse uno dei migliori film di sempre e certamente uno dei miei preferiti. Durante i primi minuti di film, il dialogo tra Elle e Lui (adoro la voluta indeterminatezza nei nomi) mi ha colpito come un pugno allo stomaco. Ispirata, ho iniziato a buttare giù pensieri e annotare parti dello script di Marguerite Duras, piccoli pezzi che integreranno il mio paper di 2 pagine (500 parole) di analisi su Night and Fog (il documentario sull’Olocausto e i campi di concentramento fatto da Resnais nel 1955) da scriversi per martedì. Unico problema, non riuscirò mai a comprimere le mie idee in 500 parole; perció ho scritto a Dana chiedendo se posso andare un po’ oltre.

Hiroshima Mon Amour è un capolavoro. È talmente denso che ho dovuto fermare ogni pochi fotogrammi per scrivere – e la mia serata film si è mutata in lavoro. Dopo aver sistemato il paper per la conferenza di New York, avevo deciso di rilassarmi – ma sono le 3 del mattino e ho mal di testa, quindi siamo alle solite.

Domani, da finire appunti su D’Annunzio/Svevo/Tozzi per l’esame, da leggere un paio di articoli di LaCapra e informarsi un po’ su Shoah, il monumentale documentario di Claude Lanzmann (9 ore e mezzo) di cui vedremo 4 ore in classe martedì – e su cui dovrò scrivere un altro breve commentario di 2 pagine per giovedì. Inoltre, nei ritagli di tempo dovrei iniziare a leggere Van Gennep e la sua analisi del rituale e delle figure sospese tra due stati dell’essere.

Domenica leggera insomma.

Prima di (cercare di) dormire, riporto in parte il meraviglioso testo che fa da base a Hiroshima Mon Amour, scritto da Marguerite Duras.
Per chi non parla francese, mi spiace.

hiroshima

Je te rencontre.
Je me souviens de toi.
Qui est tu ?
Tu me tues.
Tu me fais du bien.
Comment me serais je doutée que cette ville était faite à la taille de l´amour ?
Comment me serais je doutée que tu étais fait à la taille de mon corps même ?
Tu me plais. Quel événement. Tu me plais.
Quelle lenteur tout à coup.
Quelle douceur.
Tu ne peux pas savoir.
Tu me tues.
Tu me fais du bien.
Tu me tues.
Tu me fais du bien.
J´ai le temps.
Je t´en prie.
Dévore-moi.
Déforme-moi jusqu´a la laideur.
Pourquoi pas toi ?
Pourquoi pas toi dans cette ville et dans cette nuit pareille aux autres au point de s´y méprendre ?
Je t´en prie…

(…)

Je te rencontre.
Je me souviens de toi.
Cette ville était faite à la taille de l´amour.
Tu étais fait à la taille de mon corps même.
Qui est tu ?
Tu me tues.
J´avais faim. Faim d´infidélités, d´adultères, de mensonges et de mourir.
Depuis toujours.
Je me doutais bien qu´un jour tu me tomberais dessus.
Je t´attendais dans une impatience sans borne, calme.
Dévore-moi. Déforme-moi à ton image afinqu´aucun autre, après toi, ne comprenne plus du tout le pourquoi de tant de désir.
Nous allons rester seuls, mon amour.
La nuit ne va pas finir.
Le jour ne se levera plus sur personne.
Jamais. Jamais plus. Enfin
Tu me tues.
Tu me fais du bien.
Nous pleurerons le jour défunt avec conscience et bonne volonté.
Nous aurons plus rien d´autre à faire que, plus rien que pleurer le jour défunt.
Du temps passera. Du temps seulement.
Et du temps va venir.
Du temps viendra. Où nous ne saurons plus nommer ce qui nous unira. Le nom ne s´en effacera peu à peu de notre mémoire.
Puis, il disparaîtra tout à fait.

E se invece parlate inglese, controllate qui per una recensione del film davvero profonda e ben scritta.

E guardate Hiroshima Mon Amour – non doppiato, perché la voce di Emmanuelle Riva da sola vale il fastidio dei sottotitoli.

A presto.

04
Gen
09

Cinema Express

Inauguro una nuova sottocategoria delle mie Bustine, che sarà irregolare negli aggiornamenti in quanto il mio tempo libero è limitato e generalmente fitto di impegni – e la mia voglia di film colpisce inaspettatamente e nei momenti più impensabili.

Inauguro con due film davvero splendidi: Atonement e Lost in Translation.

Atonement di Joe Wright ha un fascino particolare, nostalgico. Tutto nel film funziona in modo impeccabile; la regia è fluida, l’intreccio complicato ma chiaro, la recitazione superlativa, i costumi accurati… Ciò che spicca è sicuramente la musica, perfetta per ogni scena e così incredibilmente efficace nel comunicare il punto di vista dominante di Briony Tallis, persona squadrata e decisa; il suono della macchina da scrivere che si ripete ossessivamente richiama anche il ruolo dell’autore e della finzione, che è bugia ma diventa realtà per lo spettatore. Ci sono diversi livelli nel film, livelli che si sovrappongono e lo rendono particolarmente profondo.
Magnifica anche la fotografia, con le scene iniziali e la sequenza pseudo-onirica di Dunkirk. Ottimi Knightley e McAvoy, che consideravo un benemerito idiota per la sua sfortunata rassomiglianza con il Muccino nazionale – e che mi ha fatto ricredere.

Lost in Translation  di Sofia Coppola – film delle 2 del mattino; come al solito  i film che guardo a queste ore hanno più effetto sulla parte pensante del mio cervello, e ora mi ritrovo a ricordare sequenze interessanti del film, mentre collego i pezzi dell’intreccio in un insieme coerente.
Due persone, un uomo e una ragazza, abbracciati in mezzo alla folla di Shibuya; Charlotte a Kyoto; Bob durante l’intervista; Charlotte a spasso per Tokyo… Scene  bellissime, che resteranno nei miei ricordi a lungo.
Il film di Coppola mi ricorda il senso di alienazione profondo che ho potuto sperimentare a Tokyo – la prospettiva di Charlotte è talmente simile a ciò che io sentivo da inquietarmi. Il modo di rappresentare Tokyo, con veloci panoramiche di grattacieli e persone, è molto verosimile: la più grande città in paese da 124 milioni di abitanti, in cui ci si può sentire incredibilmente soli e abbandonati anche in mezzo ad un fiume di persone. Il pensiero è allarmante e fa riflettere, il che è generalmente segno di un buon film. La colonna sonora è solida ed efficace, soprattutto le canzoni cantate dai protagonisti al karaoke; i personaggi però sono il fulcro dell’intreccio, la loro fragilità e la loro disperata solitudine. Quando Charlotte e Bob si incontrano, sentono una comune frustrazione e scappano dalle loro vite per un paio di giorni; il loro rapporto mi ricorda abbastanza quello tra Natalie Portman o Jean Reno in “Léon”.
L’ elemento forse più riuscito nel film, ripreso ironicamente nel titolo, è la barriera linguistica che impedisce ai personaggi nel film di capirsi: quando infine Charlotte e Bob sviluppano un rapporto più stretto, parlano sempre meno, sebbene siano gli unici due americani in un oceano di giapponesi. 

Prossimo film in lista, Hiroshima mon Amour di Resnais (sì, lo so che è deprecabile che io non lo abbia ancora visto…).

26
Mar
08

Bustina Quotidiana: 25 Marzo 2008

Parliamo di traduzioni e adattamenti.
Contesto specifico, titoli di film.

Ora, qualcuno mi spiega perché un titolo bello e potente come “There Will Be Blood” (inquietante anticipazione del tono del film, che crea aspettativa e un certo disagio – e quindi efficacissimo) viene ridotto al parodistico “Il Petroliere”?
Ma stiamo scherzando?
Certo, la storia è imperniata sulla figura di un “oil tycoon”, personaggi infimi e bassi arricchitisi con il petrolio, ma “Il Petroliere” comunica più l’idea di commedia italiana di serie B che quella di un’opera di ampio respiro com’è il film di Anderson…

Ecco qui ciò che scrissi dopo averlo visto:

“I have a competition in me. I want no one else to succeed. I hate most people.” Daniel Plainview

Il film di Anderson e’ un capolavoro sonoro: nonostante ogni aspetto sia estremamente curato, sono i suoni che emergono – i suoni, non la colonna sonora che risulta invece abbastanza limitata – e che si pongono come elemento trainante della storia. L’intero film pare girato con un estremo rispetto di cio’ che percepiamo con le orecchie piu’ che con gli occhi, e ne e’ chiaro esempio l’intera sequenza iniziale, dove l’assenza totale di dialoghi o voice-over narrations sottolinea ed esalta la solitudine del protagonista. Di particolare effetto e’ l’establishing shot all’inizio del film, dove un suono potente e imponente, quasi fastidioso, definisce l’immagine delle montagne brulle  e indifferenti agli sforzi di Daniel: indifferenti com’e’ poi lo stesso protagonista riguardo la sorte di tutti coloro che si trovano sulla sua strada. Sordo ai sentimenti e all’affetto, Daniel Plainview trova un’ancora di salvezza in H.W., che per una crudele legge del contrappasso prendera’ metaforicamente su di se’ il peso dell’aridita’ emotiva del padre adottivo e perdera’ l’udito; il regista e’ dolorosamente bravo nel rendere la triste condizione di H.W. con delle sequenze soggettive, mute e sconsolate.
“There will be blood” e’ un’opera di respiro epico e una toccante storia personale allo stesso tempo: gli scenari grandiosi e sconfinati, la tematica molto presente dell’ ‘American Dream’ rendono questo film una metafora della corsa al successo senza scrupoli, che sacrifica tutto e tutti in nome di denaro e potere, ma il tono emotivo e a tratti straziante del film suggerisce un aspetto delicatamente privato, il dramma interiore del protagonista che richiama in piu’ punti il Charles F. Kane di Orson Welles. Daniel Plainview e’ pero’ molto distante dai modi affabili di Kane: e’ grezzo, scontroso e sottolinea diverse volte la sua totale indifferenza al resto del mondo, e il suo odio verso chiunque si ponga sulla sua strada. L’ accesa, drammatica rivalita’ con Eli Sunday, il pastore della ‘Church of the Third Revelation’, rappresenta lo scontro tra l’ambizione e la sete di potere e la spiritualita’, i sentimenti che definiscono l’essere umano; scontro che e’ destinato a finire nel sangue, come il titolo promette. Anderson pero’ non si accontenta di una lettura univoca dell’animo umano, e arricchisce la sua opera con ambiguita’ e molteplici chiavi di lettura, sfumando i contorni della netta dicotomia ‘buono-cattivo’ e proponendo un pastore convito della sua missione in terra al punto da risultare ossessionato e fondamentalmente debole, molto distante dal ruolo di solido supporto morale che il film sembra suggerire all’inizio; Paul Dano – nel doppio ruolo di Paul e Eli Sunday – e’ magistrale nel rendere la frustrazione e la determinzaione dell’unico vero antagonista di Plainview, e il confronto finale tra i due e’ una scena di rara potenza, sia per immagini che per qualita’ recitativa.
Il film e’ quindi la storia di un uomo che rifiuta ogni contatto umano per rinchiudersi in una ‘gabbia dorata’, fatta di soldi, solitudine e sospetto. Daniel Day-Lewis, con un’interpretazione da Oscar, rende appieno il dramma di Daniel Plainview, la sua ambivalenza nei confronti dei sentimenti che sfocia sempre in eccesso: eccesso di amore per H.W., che alla fine lo abbandonera’, ed eccesso di odio nei confronti del resto del mondo. Vi e’ sempre un disperato bisogno di risposte, di certezze e di sicurezza nelle azioni di Daniel, e questa disperazione guida tutte le sue scelte, che lo porteranno sempre piu’ distante dalle persone, fino ad arrivare alle estreme conseguenze, l’omicidio e l’abbandono. Personaggio negativo e oscuro, antieroe crudele e spietato, Daniel emana pero’ un fascino incredibile, provoca nello spettatore un certo rispetto per la sua testarda aderenza a degli ideali forse sbagliati ma per lui profondi e molto forti.
“There will be blood” e’ il racconto di un uomo prigioniero del suo sogno di grandezza, e della sua incapacita’ di svegliarsi e vedere oltre la dimensione materiale della realta’: un’opera complessa e ambiziosa che offre molteplici chiavi di lettura e delle perfomances mozzafiato, un’orchestra di suoni e immagini impeccabilmente diretta da Paul Thomas Anderson che lascia nello spettatore una punta di nostalgia per il ritmo lento e solenne che la caratterizza e che tanto fa rimpiangere i film di qualche decennio fa.”

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